Lucrezio. Un oratorio materialistico. Parte seconda: Amore

Voce recitante, Soprano, Baritono, Flauto (anche Ottavino e Flauto in sol), Oboe (anche Corno Inglese), Clarinetto in si bemolle (anche Clarinetto basso in si bemolle), Fagotto (anche Controfagotto), Corno in fa, Tromba in si bemolle, Percussione (1 esecutore; 6 piatti sospesi [da 25 a 56 cm ca.], pang cymbals medio, campane tubolari [2: la e mi], 9 tom-tom [do, do diesis, re diesis, mi, sol, sol diesis, la diesis, si, re], 5 temple block [do diesis, re, fa, la, si], cassa chiara, grancassa, tsuzumi, taiko, 2 woodblock [acuto, grave], timpani [3 caldaie: 23, 26 e 29 cm.], xilomarimba), 2 Violini, Viola, Violoncello, Contrabbasso (5 corde)

Testo: Edoardo Sanguineti dal “De rerum natura” di Lucrezio

Durata: ca. 12′

Anno: 2002

Edizione Rai Com (1078)

Commissione: Saarländischer Rundfunk, per il Festival “Musik Im 21° Jahrhundert”

Dedica: “A Miriam – sorella, compagna, amata”

Prima esecuzione: Saarbrucken, Funkhaus Halberg, 11 maggio 2002

Esecutori:

Luca Lombardi, voce recitante; Julia Rempe, soprano; Bartolomiej Nisiuda, baritono; Ensemble Musikfabrik; Vykintas Bieliauskas, direttore

TESTO

cosi dunque, chi riceve, per le frecce di Venere, le sue piaghe,
quando lo colpisce, quello, un ragazzo che ha membra muliebri,
o una donna che, da tutto il suo corpo, emana l’amore,
si protende, da quella parte che è ferito, e ha la voglia di andarci insieme,
e di gettarlo, il proprio sperma, fuori dal proprio corpo, in quel corpo:
il desiderio, muto, gli fa pregustare, infatti, il piacere: [IV, 1052-1057]

perché nel tempo stesso, appunto, del possesso,
oscilla, tra le vaghe incertezze, il fuoco degli amanti,
e non lo sanno, di che cosa, prima, godere, con gli occhi, con le mani:
quello che toccano, lo stringono, apposta, e gli provocano il dolore,
a quel corpo, e gli mordono, con i denti, sovente, le labbra,
e lì gli infliggono baci, perché non è puro il piacere:
anzi, emergono pulsioni che spingono a fare il male,
in quella parte che, a quello, gli vengono tali semi di furore: [IV, 1076-1083]

ma poi, dolcemente, Venere gli spezza le sofferenze, in amore,
e un molle godimento, insinuandosi, gli raffrena i suoi morsi:
perché ci sta la speranza che là, dove è il principio del furore,
può essere spenta, da quel medesimo corpo, la fiamma:
però, a finire così, la natura, del tutto, lo vieta:
perché è questa quell’unica cosa, che più noi ne abbiamo,
e più il nostro petto di un disperato desiderio si accende: [IV, 1084-1090]

e tutto riesce inutile, perché non possono strappargli via niente,
né, con tutto il corpo in quel corpo penetrare, ne perdersi,
e si vede, sovente, che così vogliono fare, e così lottano,
tanto desiderosamente sono costretti dentro le reti di Venere,
finché le membra si sciolgono, per la violenza del piacere, disfatte: [IV, 1110-1114]

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